Detachment

Pochi film oggi sanno trasmettere emozioni forti, lanciare messaggi critici nei confronti della realtà bella o brutta che sia, coinvolgere lo spettatore attraverso l’acuta immedesimazione di attori capaci di prendere vita sul set. Tony Kaye ci è riuscito, ha creato insieme a Adrien Brody e tutti gli altri interpreti un lungometraggio che sa arrivare ben oltre l’immagine e i suoni che percepiamo e che accompagna lo spettatore a scoprire qualcosa di più sul distacco, sto parlando di “Detachment”.

Vorrei usare una parola precisa che fa da leitmotiv in gran parte del film: empatia. Di questi tempi è difficile sentirne parlare ed è difficile forse provarla, ma possiamo sicuramente approfondirne il suo significato, per saperla riconoscere un giorno. Per empatia si intende quell’emozione che ci permette di comprendere pienamente lo stato d’animo altrui, sia che si tratti di gioia, che di dolore. Questa parola è qui congeniale, perché nell’antichità era usata per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava l’autore-cantore al suo pubblico (in questo caso spettatore). Nelle scienze umane, l’empatia designa un atteggiamento verso gli altri, caratterizzato da un impegno di comprensione dell’altro, escludendo ogni attitudine affettiva personale (simpatia, antipatia) e ogni giudizio morale.

Il film comincia con una frase di Albert Camus: “Non mi sono mai sentito allo stesso tempo così distaccato da me stesso e così presente nella realtà”. Locuzione emblematica come il personaggio principale, interpretato in modo eccellente da Adrien Brody, che è un giovane professore di letteratura e lavora come supplente in un liceo allo sbando, in uno dei quartieri più disagiati di New York.

La scuola è diventata un mondo opprimente: professori disillusi e demotivati in lotta con la deriva culturale dei tempi e un dirigente scolastico che vuole aprire le porte ai privati, per non ammettere il fallimento del suo operato. Gli studenti senza aspirazioni future e senza speranza si lasciano trasportare dalle illusioni del consumo e della violenza gratuita; anche i genitori sono completamente indifferenti e assenti. L’insegnamento diventa una vera propria missione, gli insegnanti sono chiamati a farsi carico dei bisogni degli studenti, dell’istituzione scolastica e della propria di vita, ricca per ciascuno di vissuti positivi e negativi. L’insegnante non vuole essere qui un modello, è una persona con pregi e difetti come tutti, ha però di diverso il nobile compito di fornire agli allievi gli strumenti adatti per comprendere la crescente complessità del mondo e per ampliare la mente, unico terreno scevro dalle infiltrazioni perverse del marketing pubblicitario. Tuttavia l’impotenza e la frustrazione di non poter cambiare la realtà spesso conduce alla resa inesorabile. Tutto il film ruota sul conflitto-ricerca della giusta distanza tra il distacco dai propri traumi e il contatto necessario con la realtà.

Henry Barthes (Adrien Brody) è un uomo solo, introverso e apparentemente malinconico, insegna letteratura e questo suo atteggiamento distaccato finisce per incuriosire gli studenti. Inizia così un viaggio del professore non avvezzo ai legami con l’altro tra le mura della scuola e al di fuori di essa. L’incontro con gli studenti si trasforma in una ricerca identitaria e quello con una giovanissima prostituta invece offrirà lui una visione più aperta alla vita e all’empatia. Un passato non meglio definito, traumatico e il rapporto con il nonno in fin di vita fanno da cornice a questa discesa nell’abisso dei sentimenti.

Il regista Tony Kaye ci mette del suo e ci trascina con maestria e coinvolgimento, nonostante il distacco e la frammentarietà vogliano prendere il sopravvento, attraverso l’uso sapiente di primissimi piani, di frammenti documentaristici, di flashback onirici e disegni in stop motion destabilizzanti.

Si rimane infine afflitti ascoltando le riflessioni del professor Barthes sulla Caduta della casa degli Usher di Edgar Allan Poe, in perfetta analogia con le rovine della scuola che sarà. Questo film ci lascia non poche domande e insieme qualche aspettativa di riscatto di fronte all’indifferenza nichilista odierna, la perdita di legami sociali, la difficoltà di crearsi un’identità forte nei tempi del consumismo sfrenato, il valore dell’educazione, dell’istruzione e della cultura.

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