Direzioni della Politica nell’epoca post-democratica

Questo scritto nasce dall’esigenza di ricollocare alcuni punti fermi che abbiamo avuto modo di ribadire all’interno del dibattito referendario dello scorso mese, aggiungendo qualche riflessione proveniente dall’esito dello stesso. Sebbene Scuola We Care non si sia schierata, il fatto a mio parere importante e che riassume in qualche modo l’obiettivo della scuola in questo delicato momento politico, è stato il voler contribuire a formare consapevolezza civica nei confronti delle giovani generazioni per quanto riguarda le sfide che ci impone la nostra quotidianità.

Riprendendo, infatti, il prezioso consiglio di Elena Pulcini, espresso in questa sede qualche mese fa, è doveroso diffondere l’idea secondo cui la Democrazia non è uno strumento facile, non deve in alcun modo essere dato per scontato ma va preso in carico di giorno in giorno, affinché il grado della qualità sociale e del vivere-in-comune possa innalzarsi sempre di più.

Uno degli aspetti che sto osservando nei gruppi periferici di Scuola We Care è proprio questo: la Democrazia, assunta come modello di governo utilizzato dal nostro sistema politico spesso è dato per scontato o peggio viene sepolto da innumerevoli critiche di inefficienza in tempi particolari come questi. Dico particolari perché come ogni epoca storica presenta molteplici dinamiche pregnanti nei confronti della cultura, della società e conseguentemente della politica e dell’economia, anche oggi siamo di fronte a complessi processi in atto spesso difficili da decifrare. Mi piacerebbe cogliere questo importante momento di confronto per affrontare insieme a voi i punti salienti di una crisi della democrazia che ha origini lontane, non certo il frutto di una dinamica monocausale ma di più ragioni che ibridandosi tra loro hanno potuto generare nel corso del tempo una rancorosa disaffezione nei confronti delle istituzioni politiche, scavando così un ampio divario tra rappresentanza e cittadinanza. Gli stessi partiti politici, apparentemente incapaci di catalizzare il malcontento generale, sembrano essi stessi il motore di un annichilimento del pensiero e del confronto civile. Quindi più che certificare una crisi che ha molti volti, e non unicamente quello economico che tanto e troppo è stato abusato in questi ultimi anni, è doveroso effettuare un esercizio di riflessione che ponga le basi di una più costruttiva ricerca di soluzioni, andando dunque ad indagare i motivi che l’hanno acuita.

Stefano Petrucciani, docente di Filosofia politica dell’Università La Sapienza di Roma, individua qualche dimensione di questa crisi a mio parere particolarmente utile a tal fine: «Vi è un insito processo di regressione oligarchica della democrazia e cioè lo spostamento verso l’alto dei rilevanti centri decisionali, in forza del quale le decisioni politiche scivolano via dalle sedi più ampie e partecipate e si ritirano in luoghi meno accessibili, per lo più riservati a ristretti gruppi oligarchici».[1]

Secondo l’autore una spinta di tipo oligarchico si è imposta nella gestione del potere democratico, allineandosi a quella corrente di pensiero che analizzerò più avanti che intravede nel fenomeno della globalizzazione, l’allontanamento dei poteri tradizionalmente di competenza nazionale verso centri esterni di potere di varia natura. Questa dimensione mi fa venire in mente un’altra preziosa lezione proposta da alcuni studiosi, particolarmente utile per capire una parte della natura del potere, su forse oggi non si discute. Jeffrey Winters, professore di Teoria Politica presso la Northwestern University di Chicago, precisa la definizione di oligarchia così: «l’oligarchia è una forma di potere minoritario – una forma di dominazione politica di una minoranza di individui sull’intera collettività – che trova il suo fondamento sulla ricchezza materiale. Ciò fa dell’oligarchia un fenomeno storicamente più robusto e più insidioso dell’élite»[2]. Insidioso soprattutto nei confronti della Democrazia. Il motivo è semplice ed è perché la Democrazia, contrariamente alle apparenze, non esclude di fatto l’oligarchia: le moderne democrazie sono, infatti, caratterizzate da un suffragio universale, dalla libertà di parola ma non escludono «forme estreme di concentrazione del potere che dipendono da forme estreme di concentrazione della ricchezza»[3]. Le élite, contrariamente all’oligarchia, attingono il fondamento del loro potere non dalla ricchezza ma da cariche ufficiali di varia natura (pubbliche, private, laiche, religiose). Ciò non toglie che, nonostante i due concetti abbiano due significati diversi, possano esistere oligarchie che abbiano un potere anche di tipo elitistico.

Questi concetti non sono assolutamente nuovi: basterebbe rileggere ciò che Aristotele scriveva nella sua opera intitolata “Politica”. Egli riteneva che la soluzione alla conflittualità tra ricchi e poveri poteva risolversi attraverso la “politeia” o governo costituzionale, cioè una fusione tra oligarchia e democrazia, senza che una si sovrapponesse sull’altra. Tuttavia, tendenzialmente, l’oligarchia nel corso della storia ha sempre avuto un ruolo predominante nella gerarchia economica tramite una miscela di giustificazioni, legittimazioni e a volte anche l’uso della forza con sistemi repressivi; e conseguentemente a questo principio di predominanza secondo alcuni autori lo stesso impianto democratico, basato sull’affermazione del suffragio universale, è stato possibile nella storia solo quando furono identificati da parte delle oligarchie quei meccanismi istituzionali di salvaguardia che depotenziassero il rischio di perdere il controllo del loro progetto politico. Il progetto politico centrale dell’oligarchia a cui mi riferisco viene riassunto in due parole, sempre secondo l’autore, in “wealth defense” cioè la difesa della ricchezza. A seconda dei tempi storici e delle società individua diversi tipi di oligarchia: belligeranti (come i moderni clan mafiosi e i boss del narcotraffico), governanti (in cui gli oligarchi gestiscono il potere politico in maniera collettiva come nelle Filippine dopo il 1986 o l’Indonesia dopo il 1998). Il caso della Cina e del Vietnam sono emblematici perché qui si è assistito al passaggio da posizioni d’élite all’ascesa dell’oligarchia, dopo l’avvento dell’economia di tipo capitalistico. Poi seguono le oligarchie sultanistiche, rappresentate dalla dinastia Sa’ud in Arabia Saudita, in cui gli oligarchi difendono i loro interessi attraverso il potere personalistico e attraverso forme di clientelismo. Infine vi sono le oligarchie civili: le uniche nelle quali gli oligarchi non governano direttamente, ma piuttosto contano interamente sul potere della loro ricchezza per garantirsi l’influenza politica e per proteggere i propri averi. Esse possono essere democratiche come negli Stati Uniti o autoritarie come a Singapore. In pratica sembra che gli oligarchi, in questo caso, siano indociliti dallo stesso sistema di leggi create da essi stessi per proteggere le loro proprietà.

Quali insegnamenti si possono trarre dunque dall’analisi materialista della teoria dell’oligarchia fino a qui espressa? È che l’idea di partecipazione, proposta dalla Democrazia, come strumento privilegiato per combattere eventuali soprusi e limitazioni alle libertà in questo caso non basta. Se ciò basterebbe a tenere a bada la concentrazione del potere da parte degli elitisti, questa regola non vale per gli oligarchi, ma va perseguita l’idea della distribuzione della ricchezza, per fare in modo che il potere non sia esercitato solo dalla parte minoritaria ricca.

Questo dato è importante perché ci rilancia ad uno degli argomenti che più hanno caratterizzato soprattutto l’estate e la fine del 2016: la sopraggiunta problematizzazione, spesso mediatica e poco approfondita, della disuguaglianza interna alle società occidentali, frutto dei processi insiti alla globalizzazione, come ha testimoniato in parte il voto per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea e la recente elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. Il dato rilevante di entrambi questi due fatti è molto sinteticamente la percezione di crisi da parte di una popolazione abbandonata a gestire i lati, spesso negativi e poco comprensibili, di uno Stato nazionale delegittimato a provvedere ai malfunzionamenti d’ordine economico e quindi sociale. Tale delegittimazione può essere ricondotta, alla progressiva limitazione della sovranità nazionale da parte dell’economia finanziaria che dagli anni Settanta ad oggi si è imposta come motore indipendente dello sviluppo, con le sue regole e i suoi modi di imporsi, in maniera sempre più ambigua nei confronti delle popolazioni mondiali. Con ciò non voglio alludere né ad un uso strumentale, né demagogico, né complottista nei confronti dell’impostazione neoliberista dell’economia contemporanea, ma sarebbe errato non mostrare che al suo interno sono presenti molti nodi irrisolti. Non da ultimo la ricetta prescritta per correggere le distorsioni sopraggiunte dopo la crisi economica del 2008: il regime di austerità, cioè tutte quelle imposizioni dettate da centri di potere economico esterni alle prerogative nazionali, si sta rivelando fallimentare su più fronti, specialmente su quello sociale. Le regole dell’economia finanziaria hanno senza dubbio plasmato la cultura nella quale siamo immersi: è per questo motivo che non bisogna assolutamente pensare al capitalismo solo come un modello di sviluppo economico, ma anche culturale. Le regole di efficacia e di efficienza si sono propagate anche all’interno della Politica e sempre Petrucciani ne elenca alcune:

  • Svuotamento del ruolo dei Parlamenti a favore degli esecutivi, radicalizzatasi negli ultimi anni;
  • Centralizzazione leaderistica e personalistica dei poteri di governo;
  • Sganciamento e deresponsabilizzazione degli eletti rispetto agli elettori;
  • Svuotamento della discussione interna ai partiti;

Riassumendo si giunge ad uno «spossessamento dei cittadini rispetto agli eletti, della base di partito rispetto ai leader, dei parlamentari rispetto all’esecutivo, dell’esecutivo rispetto al premier»[4] cioè dunque una verticalizzazione viziosa, perché se il potere viene esercitato sempre più dall’alto e da altri, la responsabilità dei decisori si perde per strada e la possibilità di ricorrere a qualche condizionamento sulle scelte politiche viene vanificato.

Ecco un nuovo tassello che si aggiunge alla crisi: quale spazio politico si delinea quando molti dei punti di riferimento ritenuti validi fino a pochi decenni fa, vengono a mancare? Quale è il senso della destra o della sinistra in un mondo sempre più fluido? Lungi dallo spezzare una lancia in favore ad un partito o movimento politico specifico e dal favorire un discorso demagogico, perché non è questa la sede per tali retoriche, credo sia opportuno ripercorrere piuttosto brevemente l’evoluzione del concetto di destra e sinistra politica nel corso della storia. Un’operazione molto interessante perché potrebbe aiutarci ad orientarci meglio.

In un primo momento, dunque, si può ricondurre la discrepanza politica tra sinistra e destra attraverso tre sintetiche coordinate quali: valore, politiche e tempo[5].

 

Coordinate Sinistra Destra
Valoriali Uguaglianza tra gli uomini Differenza tra gli uomini
Politiche Libertà e autonomia Autorità e gerarchia
Temporali Progresso Conservazione

 

Ovviamente questo schema va complicato, in quanto difficilmente si possono tradurre in modo schematico le idee politiche e la complessità storica.

La destra nel corso della storia ha avuto modo di evolversi attraverso le correnti cattoliche della Rivoluzione Francese (che vedevano il radicamento della politica attraverso la conservazione della tradizione, della religione o nei romantici della nazione) con posizioni anti-individualiste e anti-capitaliste; un’altra corrente fu quella orleanista che rappresentò lo spirito imprenditoriale individuale, mentre seleziona vincitori e vinti, adatti e inadatti secondo la legge oggettiva del mercato. Poi è seguito il bonapartismo, la destra che comanda dall’alto grazie al carisma di un capo plebiscitario. Ecco quindi emergere una rappresentazione plurale di un pensiero e di un’impostazione politica a volte conservatrice altre reazionarie o futuriste; ad un tempo autoritarie e totalitarie oppure anarcoidi e liberiste; stataliste o antistataliste. Quest’ultimo aspetto è molto interessante nell’analisi delle destre: la statolatria, il culto dello stato è stato spesso sostituito dall’insofferenza di uno Stato troppo presente che soffoca il dinamismo imprenditoriale o contro le pretese livellatrici che non danno spazio alle soggettività. Ad esso segue un’idea dell’individuo a volte da indocilire attraverso la repressione o altre da indottrinare per difenderlo da un nemico e, infine in alcuni momenti anche l’eroe solitario che grazie al suo temperamento riesce ad affrontare il destino.

A questa trattazione, che seppur sintetica mostra le chiavi di interpretazioni utili a delineare le destre storiche, segue l’analisi delle correnti che hanno caratterizzato la genealogia della sinistra: i liberali che hanno guidato la rivoluzione attraverso il razionalismo di natura illuministica, la laicità e i diritti inalienabili provenienti dalla corrente giusnaturalista; i democratici radicali, i socialisti utopisti e i socialisti anarchici. Anche qui si possono incontrare diverse sfaccettature di pensiero della sinistra statalista o antistatalista, libertaria o autoritaria, bellicosa o pacifista, produttivista o ecologista. La soggettività della sinistra si dipana su due rispettive famiglie: una che vede il soggetto dotato di una sua autonoma precedente rispetto alla politica attraverso i diritti; l’altra lo vede attraverso la dinamica di lotta per l’emancipazione. Anche lo stato è visto in una duplice versione: la prima come un mezzo attraverso cui la società può introdurre sempre più giustizia e il secondo invece come lo strumento di oppressione di classe per eccellenza. E infine anche nel campo economico la sinistra ha conosciuto molte correnti pluralistiche di pensiero: basti pensare all’avvento della liberal-democrazia prima e della social-democrazia dopo all’interno delle quali si sono sovrapposte istanze sociali con l’accettazione di un’economia capitalistica.

Legittimamente, dunque, oggi ci si potrebbe chiedere quali sono i ruoli e il senso della sinistra e della destra, in un mondo in cui il socialismo reale dell’economia pianificata è defunto dopo il 1989 e in cui la fluidità della globalizzazione e del capitalismo tecnologico, informatico ha senza dubbio modificato l’architettura del tempo e dello spazio a cui eravamo abituati.

 

Riprendendo la lezione esposta da Carlo Galli[6], docente di Storia delle dottrine politiche dell’Università di Bologna, nonostante tale fluidità dei tempi presenti la coppia destra/sinistra permane ancora nella retorica politica del nostro presente. Partendo dall’assunto che la politica moderna è strutturalmente indeterminata e che non conosce un’unitarietà di impianti e fondazioni si possono riassumere brevemente le differenti percezioni che l’una e l’altra impostazione forniscono nei confronti della realtà sociale, attraverso la centralità del nesso disordine/ordine. Le destre prediligono la percezione dell’instabilità del reale, che prende le forme del disordine naturale, ricorrendo dunque a forme di pensiero organicistico o a un Ordine trascendente, a una Legge inesorabile che rimanda ad una realtà minacciosa a cui serve un garante super-partes – individuato a seconda dei tempi in Dio, Natura, Storia, Tradizione, Valori, Razza, Destino e Mercato –  rinvigorito dall’idea di un nemico che minaccia l’Ordine in quanto instabile. Quindi il minimo comun denominatore delle destre politiche può essere ricondotto ad una politica segnata dall’impossibilità di realizzare nell’artificio la norma naturale dell’umanità.

All’interno delle sinistre, invece, l’elemento assunto come Valore da affermare egualmente per tutti è una natura umana, che è Bene che si sviluppi liberamente e in autonomia, emancipandosi da impedimenti e condizionamenti, sviluppando un’idea del reale plasmabile a seconda dell’educazione dell’uomo attraverso un partito, uno stato o una rivoluzione. Il mutamento e il progressismo delle sinistre si esprime con l’obiettivo di realizzare gli artifici necessari per portare a compimento la pace di stabilità e di sicurezza concepite come dato di natura.

In ultima analisi la destra è portatrice di un’istanza di immanenza, di accettazione immediata del disordine come regola ricorrente del mondo, mentre la sinistra si caratterizza per la trascendenza, per la negazione del mondo com’è e per lo sforzo di realizzarne uno migliore.

Rileggendo questa genealogia ecco che risaliamo al bandolo della matassa: in uno spazio politico amorfo, senza dimensioni, sempre più liquido e attraversato da conflitti, paure e incertezze che trova la propria sicurezza e il proprio fondamento sempre più in una retorica dicotomica fatta di amico/nemico, occidente/Islām, civiltà/terrorismo, cittadino/migrante, istruiti/ignoranti, evitando di fatto la problematizzazione di una situazione ben più complessa, le destre hanno trovato terreno particolarmente fertile, utilizzando a loro favore le carte della differenza e della diffidenza, dell’instabilità e del nemico.

Ecco alcuni dei motivi per cui invece le sinistre si trovano quasi completamente spaesate perché ogni affermazione di uguaglianza è controfattuale, pensando ad un mondo non com’è ma come dovrebbe essere, e non avendo strumenti immanenti per realizzare l’obiettivo di far fiorire in uguale dignità i singoli e i gruppi pur nelle loro differenze e pur nella loro conflittualità non distruttiva.

Petrucciani, in linea con questo pensiero, sostiene l’idea secondo cui alla crisi della sinistra corrisponda la crisi della politica in senso più o meno generale dal momento in cui la sinistra è portatrice di un ruolo decisivo e positivo della politica; mentre la destra liberale o conservatrice è in generale, quella parte politica che svalorizza la politica, perché la vede come un male necessario che va ridotto al minimo possibile.

Tengo a precisare ancora che questi argomenti li ho qui sistematicamente analizzati, non per alimentare un dibattito demagogico o peggio apologetico nei confronti di uno o di un’altra parte politica espressa fino ad ora, ma per arrivare alla conclusione e all’obiettivo di tale analisi e cioè il tentativo di decifrare i malesseri di una politica entrata in una fase di impasse, colpevole di generare involuzioni potenzialmente dannose nei confronti della Democrazia.

Una di queste involuzioni secondo molti studiosi e cittadini sarebbe rappresentata dal fenomeno del “populismo”.  Ciò che percepisco, tuttavia, nell’ampio dibattito presente è un tentativo spesso troppo superficiale di spiegazione di questo fenomeno, banalizzandolo o peggio archiviandolo perché non meritevole di discussione. Piuttosto dunque di accettare o rifiutare acriticamente questo fenomeno credo sia invece opportuno problematizzarlo al fine di capire meglio lo spazio politico che si sta delineando, come sarebbe legittimo all’interno di un dibattito politico critico e serio.

Innanzitutto il populismo non è un fenomeno nuovo, ma già nella letteratura greca si possono trovare alcuni aspetti che lo caratterizzano con la teoria dell’anaciclosi, cioè l’evoluzione ciclica dei regimi politici, all’interno del quale è presente l’oclocrazia ovvero il potere della massa derivante dalla degenerazione della democrazia in cui i demagoghi prevalgono nell’opinione pubblica.

La letteratura politologica ha fornito nel corso degli ultimi decenni una pletora di definizioni, ma quella che ho trovato più attendibile e più aggiornata è quella fornitaci dagli studiosi Daniele Albertazzi e Duncan McDonnell secondo cui esso è «una ideologia secondo la quale al “popolo” (concepito come virtuoso e omogeneo) si contrappongono delle “élite” e una serie di nemici che attentano ai diritti, i valori, i beni, l’identità e la possibilità di esprimersi del “popolo sovrano”»[7].

Alcuni degli elementi che caratterizzano i partiti o i movimenti populisti possono essere:

  • La massimizzazione delle differenze polarizzando la società attorno a determinate categorie (un Noi e un Loro, coagulando la rabbia e lo scontento dei cittadini verso un unico obiettivo;
  • Nella maggior parte è presente una personalizzazione attraverso i moderni media comunicativi e la concezione narcisistica degli strumenti politici quali il partito o il movimento, dei leader che ne sono a capo;
  • Non è sempre vero che essi superano in toto l’impostazione destra/sinistra dello spazio politico in quanto molti dei movimenti sviluppatisi in Europa negli scorsi anni confluiscono in una o l’altra corrente (Die Linke, Syriza, Front National, Fidesz – Unione civica ungherese, Podemos … ). In tal caso i populismi cosiddetti di sinistra portano avanti istanze anti-plutocratiche, riforme che pongano limiti alle oligarchie economico-finanziarie e in qualche caso meccanismi che favoriscano l’uguaglianza. I populismi cosiddetti di destra invece articolano la questione sociale e la difesa degli interessi della gente comune in termini nazionalistici e identitari, avendo quindi spesso connotazioni xenofobe e/o razziste: secondo alcuni autori sotto tali populismi di destra in alcuni casi, come la storia ha dimostrato, si cela un’invenzione delle élite per dirottare i sentimenti di risentimento su un capro espiatorio, per evitare che tale rabbia non sfoci in proposte genuinamente redistributive (ledendo la libertà dunque delle élite)[8];
  • Essi nascono trovano la loro legittimità in alcuni casi una volta appurata la crisi delle strutture di intermediazione, l’ascesa di personalizzazione del potere e la crescita del ruolo dei media nella vita politica, seguendo spesso lo schema fornitoci da Pappas[9] in questa sequenza: sistema politico delegittimato à si intreccia con l’emergere di un leader outsider à che politicizza il risentimento à creando un nuovo cleavage à polarizzazione in un partito o movimento populista.

In altri casi invece rappresentano le con-cause di una delegittimazione del sistema politico.

  • Il conflitto all’interno della società offre l’opportunità di rafforzare i legami sociali in un determinato contesto locale, o attorno a un obiettivo condiviso, generando solidarietà e nuove forme di socializzazione (un potente stimolo alla partecipazione in contesti sociali anomici).

Sospendendo il giudizio su tale dinamica, che esula dalla presente analisi, è chiaro come questo processo derivi direttamente dalla progressiva verticalizzazione di cui parlava Petrucciani e indirettamente Galli. Se oggi la democrazia viene concepita esclusivamente in termini di stato di diritto e difesa dei diritti umani, mentre le idee disuguaglianza e di sovranità popolare sono state accantonate, ecco un altro indizio che conferma la prevalenza “liberale” sull’argomento invece “democratico” su cui si sono costruiti in passato i moderni sistemi politici.[10]

Ovviamente si può discutere sulla legittimità comunitarista che massimizza le differenze e polarizza lo scontento popolare in azioni spesso violente, sulla confusione spesso commessa nei confronti dei concetti di élite e di oligarchia di cui ho accennato prima, sull’assenza spesso di uno spirito critico del “Noi” che incarna il movimento o il partito populista che raramente è capace di elaborare un’autocritica costruttiva, sul bieco narcisismo che accompagna frequentemente questa dinamica e infine sulla pretesa – fondata o infondata – di superare l’impostazione destra/sinistra dell’attuale spazio politico o la lotta di classe attraverso la dicotomia popolo/élite. Ma, concludendo, credo sia necessario – con la giusta dose di coraggio, allontanando per un momento i nostri pregiudizi – vedere il populismo né come fenomeno monocausale né come unica conseguenza di una determinata situazione: ancora troppo poco spazio è stato dato e piuttosto tardivamente ci si appresta a delineare gli effetti, siano essi positivi o negativi, che il populismo potrebbe innescare nei confronti della qualità democratica.

C’è dunque una pericolosa moda nell’arena mediatica odierna, quella di utilizzare in maniera spropositata il termine “populismo”, allontanando così una riflessione ben più profonda ed articolata. Per tutti i motivi delineati fino a qui, è chiaro che non è assolutamente sufficiente stigmatizzare le dinamiche che ne derivano, né utilizzare tale lemma come concetto-ombrello: chi sceglie questa strada compie spesso un’operazione autoassolutoria, senza compiere dunque il tentativo di decifrare le passioni che muovono l’azione civica, dando così forma ad un’ennesima incapacità di dare risposte al disagio sociale.

[1] PETRUCCIANI Stefano, “Democrazia”, Einaudi, Torino, 2014

[2] WINTERS Jeffrey, “Oligarchy”, in GIBBONS Michael T., “Encyclopedia of Political Thought”, John Wiley and Sons, 2015

[3] Ibid.

[4] PETRUCCIANI Stefano, Op. cit.

[5] GALLI Carlo, “L’irresistibile sopravvivenza dello spazio politico”, il Mulino, gennaio-febbraio 2009, fascicolo 1

[6] Ibid.

[7] ALBERTAZZI Daniele, McDONNELL Duncan, “Twenty-First Century Populism: The Spectre of Western European Democracy”, Palgrave Macmillan, London, 2008

[8] McCORMICK John, “ On the distinction between democracy and populism”, 2012, http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/files/2014/05/populismi-mccormick-corretto.pdf

[9] PAPPAS Takis S., “Populism Emergent: a framework for analyzing its contexts, mechanics and outcomes”, EUI Working Papers, RSCAS 2012/01 in BALDINI Gianfranco, “Populismo e democrazia rappresentativa in Europa”, Quaderni di Sociologia, n.645 anno 2014, pp. 11-29

[10] Cfr. FORMENTI Carlo, “La variante populista”, DeriveApprodi, Roma, 2016

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