Paura, rabbia e risentimenti e la loro messa in scena nella collettività contemporanea

Articolo scritto per la rivista “L’incontro” – Cooperativa Sociale AEPER (Bergamo)

«È attraverso la Relazione che ci prendiamo cura delle nostre passioni, rendendoci disponibili alla trasformazione». Elena Pulcini

Dal 17 Maggio al 6 Giugno 2019 ha avuto luogo presso la Fondazione Serughetti La Porta un peculiare quanto azzeccato ciclo di incontri, dati i tempi complessi che corrono, con l’obiettivo di fare ordine e meglio comprendere le “passioni” e le “virtù civili”. Nello specifico ci si è concentrati sulla Paura e la Rabbia per quanto riguarda il primo tema e sulle coppie pazienza-mitezza e prudenza-temperanza per il secondo.

Il pubblico ha avuto la preziosa opportunità di riflettere su queste importanti questioni insieme al professore Stefano Allovio, antropologo dell’Università degli Studi di Milano, la professoressa Elena Pulcini, filosofa sociale dell’Università di Firenze, Leonardo Lenzi, teologo e mediatore del Centro di Giustizia Riparativa di Bergamo e Paolo Santori, dottore di ricerca in Scienze dell’Economia Civile dell’Università LUMSA di Roma.

Prendendo a prestito le riflessioni dei primi due relatori, colgo l’occasione per mettere a punto una significativa seppur breve sintesi sulla dicotomia paura-rabbia, palpabile all’interno della società contemporanea.

Nonostante il grado di consapevolezza a cui il genere umano sia giunto all’alba del ventunesimo secolo, trattare le emozioni in maniera profonda, ponderata e non banale risulta un esercizio complesso. Ciò avviene nella misura in cui la temperatura emotiva delle persone è oggi misurata costantemente, seppur in maniera subdola e superficiale, dai social media, mass media e altre disparate applicazioni che si servono della psicometria – branca della psicologia che si occupa di valutare qualitativamente i comportamenti umani – per avvalersi di un marketing sempre più efficace, ma anche ferocemente lesivo nei confronti della libertà personale. 

Non è detto quindi che, seppur giornalmente veniamo stimolati attraverso promesse che desiderano esaudire i nostri “bisogni” emotivi, tali stimoli siano autentici e soddisfacenti, contando il fatto che spesso essi sono pensati appositamente per il fine ultimo del consumo effimero e vizioso.

Qualche anno fa il filosofo Micheal Lacroix ci avvertiva circa «la preferenza per l’emozione-shock» che è secondo l’autore «la radice del male che rode la psiche contemporanea» nella misura in cui, all’interno della spirale della ricerca infinita di questo tipo di emozioni, si finisce in una «sindrome di perdita della sensibilità». 

A cascata ciò sembra aprire le porte alla sempre più comune «mancanza di attenzione», al dilagare delle emozioni negative nella psiche collettiva come la paura, il disgusto e la collera per approdare, infine, ad un più generale «impoverimento della vita interiore».[1]

Gli fa da eco anche la riflessione di un altro filosofo francese, forse più conosciuto, Miguel Benasayag, che a tal proposito nel 2004 scriveva: «Per dirla in termini più chiari, viviamo in un’epoca dominata da quelle che Spinoza chiamava le “passioni tristi”. Con questa espressione il filosofo non si riferiva alla tristezza del pianto, ma all’impotenza e alla disgregazione. In effetti, constatiamo il progresso delle scienze e, contemporaneamente dobbiamo fare i conti con alla perdita di fiducia e con la delusione nei confronti di quelle stesse scienze che non sembrano più contribuire alla felicità degli uomini.»[2]

Le stesse scienze, soprattutto quelle matematico-informatiche, che hanno accelerato il fenomeno della globalizzazione contemporanea, rimpicciolendo il mondo e velocizzando la quasi totalità dei processi umani.

Un altro campo su cui però, forse non si è ancora indagato in maniera adeguata, sono le mutazioni psichiche ed emotive prodotte da questa compressione spazio-temporale della società globalizzata. Basti pensare ad esempio alla diffusa percezione di insicurezza e di smarrimento nella costruzione d’identità contemporanea dei soggetti, dato il progressivo slittamento dal concetto di precauzione a quello di rischio – su cui si basa per altro il modus agendi dell’industria finanziaria.[3]

Anche Stefano Allovio, primo ospite del ciclo di incontri a La Porta, ha certificato questa “confusione emotiva” andando a delineare, in modo per nulla banale, un quadro sociale, antropologico e oserei dire anche psicologico assai problematico. Ciò accade nella misura in cui oggi, secondo l’antropologo, mancano delle etnografie sulla paura capaci di allenare, guidare e perché no compensare questa come tante altre passioni tristi, che hanno tutto il diritto di esistere. Non bisogna infatti demonizzare ingiustamente la paura: è un’emozione primaria, innata e spontanea. Il problema è situato altrove, continua Allovio. Se in alcune culture, infatti, la paura viene utilizzata come bagaglio di costruzione identitaria attraverso dei veri e propri riti di passaggio, noi occidentali sembriamo, invece, preoccuparci di allontanarla – senza comprenderla appieno – o peggio la lasciamo libera di trasformarsi in emozioni e sentimenti che agiscono peggiorativamente in seno alla società. L’odio, i risentimenti, la rabbia. La rabbia contemporanea sembrerebbe, in molti casi, scaturire dalla disillusione della società globalizzata e liquida: l’economista Luciano Gallino qualche anno fa ci ha messo al corrente circa i rischi dell’iniquità insita nell’economia finanziaria globale e delle terribili disuguaglianze che produce. Ed è così che per il meccanismo dello specchiamento Allovio fa proprie le parole del sociologo Sergio Manghi, secondo cui non bisogna farsi ingannare dall’incattivimento e dall’astio degli italiani nei confronti stranieri venuto a galla in maniera preponderante in questi ultimi anni. Questo perché gli italiani «odiano quasi sempre solo gli stranieri poveri, mica i ricchi. E rispecchiandosi nei poveri odiano sé stessi impoveriti, o anche solo presi dalla paura, non di rado realistica, di impoverirsi». [4]

Per questi motivi Allovio ha esortato i presenti a recuperare la facoltà, del tutto umana, di immaginazione e in special modo nei confronti del futuro: «immaginare il futuro è il migliore antidoto al razzismo».

La riflessione della filosofa sociale Elena Pulcini si aggancia perfettamente a quelle fatte fino ad ora, completandole. Seguendo il pensiero di Simmel, Weber e Bauman, Pulcini mette a fuoco l’aggressività generata dalle paure di contaminazione che affliggono il nostro presente, abbattendosi spesso sui capri espiatori piuttosto che su altri rischi ben più preoccupanti, come ad esempio la crisi ecologica o la trasformazione del lavoro, divenuto anch’esso “mercato”. Divorati da vecchi e nuovi risentimenti, sembra non esserci più spazio d’azione per chi vuole per l’appunto immaginare un futuro alternativo. Ma non è così. Elena Pulcini ci ha lasciato qualche suggestivo incoraggiamento: da un lato dobbiamo avere appunto il coraggio di indignarci non attraverso la rabbia ma attraverso le passioni empatiche. Come ci ha insegnato Rousseau, le passioni vanno combattute con le passioni, ci riporta sempre Pulcini, e per questo motivo dobbiamo chiederci come mai la cura e l’empatia siano state per troppo tempo marginalizzate a favore dell’idea hobbesiana dell’uomo egoista. Educarci a comprendere le passioni è l’insegnamento che accomuna l’antropologia di Allovio e la filosofia sociale di Pulcini perché solo attraverso questo delicato lavoro interiore è possibile una relazione con l’Altro empatica e compassionevole, non in senso pietistico, bensì attraverso una sincera condivisione. Forse solo così si potrà trasformare l’imperativo “condividi!” dei recenti social network, da veicolo di effimero consumo a sana e appagante ricerca identitaria individuale e collettiva.


[1] Lacroix, Michel. Il culto dell’emozione, Vita e Pensiero, Milano, 2002.

[2] Benasayag, Miguel e Schmit, Gérard. L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2004

[3] Beck, Ulrich. Conditio humana. Il rischio nell’età globale, Roma-Bari, Laterza, 2011.

[4] Sergio Manghi, “Il terzo incluso”, La Repubblica – Parma, 2018 – http://terzo-incluso-parma.blogautore.repubblica.it/2018/08/03/no-razzismo-tra-appelli-e-politica-quattro-meditazioni/

Con i Caschi Bianchi, per andare oltre ai limiti

Diritti umani. Andrea Sem Castelli, 29 anni, di Pontida, all’Onu di Ginevra e a Rimini impegnato in un progetto d’accoglienza.

Nell’ottobre 2017 Andrea Sem Castelli, ventinovenne di Pontida, è partito con l’Associazione Comunità Papa Giovanni XIII aderendo al progetto Caschi Bianchi: un’esperienza nata con l’obiettivo di ricollegare il servizio civile al tema dei diritti umani e allo stesso tempo di ripercorrere le origini di questa esperienza come forma di obiezione di coscienza. Per Andrea partecipare a Caschi Bianchi è stata l’occasione per vivere una dimensione europea e internazionale: una parte del suo progetto si è svolta a Ginevra nella sede dell’Onu, l’altra in una casa di accoglienza dell’Associazione Papa Giovanni a Rimini. 

«La prima parte del progetto consisteva in una ricerca sul tema dei diritti umani e si è svolta nella sede Onu di Ginevra, durante la quale ho partecipato all’Human Right Council che valuta le violazioni dei diritti umani nel mondo. Nella seconda metà del progetto ho vissuto a Rimini in una struttura di accoglienza per ragazzi gestita dall’associazione, accogliendoli e supportandoli nella vita quotidiana. Grazie a questa esperienza ho capito che i diritti umani hanno una dimensione quotidiana e un’altra politica. Entrambe sono di difficile attuazione, ma la diplomazia ha tempi di gestazione più lenti di quelli che i diritti umani avrebbero bisogno. Per questo la società civile deve essere sempre più coinvolta e dare il suo contributo in questo lungo processo».

A Ginevra Andrea operava all’interno dell’ufficio dell’associazione, partecipando agli incontri bilaterali con gli Stati e il personale delle Nazioni Unite per portare avanti istanze di diritto allo sviluppo, alla pace e alla solidarietà internazionale. A Rimini portava avanti il lavoro di ricerca avviato a Ginevra, rendendolo concreto nella vita di tutti i giorni a fianco di 15 ragazzi accolti in un centro di accoglienza straordinaria e in progetti di accoglienza diffusa: con loro andava a cercare lavoro, teneva lezioni di italiano, promuoveva attività di integrazione e assistenza legale, cucinava e faceva la spesa. Un percorso che è terminato lo scorso ottobre e ora Andrea è tornato a Bergamo. «Grazie ai Caschi Bianchi sono cresciuto molto, sia dal punto di vista personale che delle conoscenze. Consiglio a tutte le persone di viaggiare e fare queste esperienze perché permettono di vivere e respirare idee nuove e di arricchirsi. Mi sono trovato nel mezzo di un crogiolo di culture, di dialogo e di condivisione impagabile: mi ha aiutato ad abbandonare certe comfort zones del vissuto quotidiano e di andare oltre alcuni miei limiti, riscoprendo la bellezza di poterli superare».

L’Eco di Bergamo – 7 Febbraio 2019